venerdì 5 agosto 2016

Caccia all'uomo - Minerva Stevens

Titolo: Caccia all'uomo
Autore: Minerva Stevens
Editore: Autopubblicato
Pagine: 120
Prezzo: 2,99 €

Voto: 3.5-4/5

Trama:
"Partiamo subito col dire che devi essere deciso, positivo e sicuro che troverai il tuo futuro uomo. Gli approcci ideali sono quelli che forniscono una scusa per parlare con te. Capisci cosa intendo?"
Il Natale, si sa, è sempre ricco di sorprese. E di obblighi sociali.
Ecco perché, quando Ryan scopre che alla festa organizzata dai propri genitori ci sarà anche il suo ex, va nel panico.
Come può fare per dimostrare a Connor che la sua vita senza di lui procede alla grande? Ma certo! Fingendo di avere un bellissimo fidanzato.
Parte così la "Caccia all'uomo". Riuscirà Ryan a trovare il ragazzo perfetto entro la Vigilia di Natale?

Recensione:
La storia di "Caccia all'uomo" è narrata in prima persona da Ryan, protagonista che comincia la sua avventura in un modo davvero triste, ma che riuscirà con fatica a ottenere il suo happy ending.
Innamorato come un ragazzino nelle prime pagine, Ryan crea subito tenerezza nel lettore. Quando scopre, poi, che l'uomo che credeva essere quello dei suoi sogni l'ha solo usato in tutto e per tutto, non si può non sperare che trovi il modo di essere felice.
Ryan, quindi, abbandona tutto e decide di cambiare completamente vita, arrivando a rifugiarsi in Canada. Riesce a realizzare il suo sogno lavorativo e la sua vita è abbastanza piena, finché non accetta di tornare a casa per Natale e scopre che il suo ex sarà presente. Mente, preso dal desiderio di dimostrare (a se stesso forse) quanto stia bene senza di lui, e dovrà rimediare in fretta all'errore.
La storia, come si può notare, è molto semplice e non molto originale. Prevedere l'evoluzione della trama, infatti, non è né difficile né impegnativo, ma riesce a coinvolgere. I personaggi ci sono un po' tutti per questo genere: c'è il bel ragazzo di cui è quasi d'obbligo per il protagonista prendersi una cotta, c'è la migliore amica, l'antagonista, i genitori, la donna di servizio che fa parte della famiglia... ma mi è comunque piaciuto il modo in cui sono stati trattati, considerando anche i limiti di una scrittura in prima persona, e il modo in cui evolvono.
Ho molto apprezzato il modo in cui i genitori affrontano inizialmente la sua omosessualità (molto più realistico di quando accettano il tutto quasi felici) e di come si impegnino nel loro processo di crescita.

Mi sono piaciuti un po' tutti i personaggi e ho provato davvero fastidio per l'antagonista, antipatico dall'inizio alla fine.
Il libro, come ho detto, non spicca per originalità, ma ottiene un voto abbastanza alto perché mi ha intrattenuto, mi ha coinvolto e mi ha fatto passare del tempo in modo piacevole e divertente (cosa che ritengo fondamentale per un libro), e perché è scritto davvero bene. Non ho praticamente notato refusi e il testo scorre senza intoppi dall'inizio alla fine.
Interessante la copertina, che trasmette la sensazione di natale ma anche della "caccia", facendomi all'inizio pensare a un thriller, dando, forse, un tocco di fascino in più al tutto (anche se forse inganna un po' sul genere).
Consiglio, quindi, questo libro, soprattutto a chi vuole staccare un po' e leggere un classico romance, divertente e con un bel lieto fine.



lunedì 13 giugno 2016

La torre fantasma - Taro Nogizaka

Manga: La torre fantasma
Mangaka: Taro Nogizaka
Editore: Panini Comics
Volumi: 9
Anno: 2010
Genere: Soprannaturale, drammatico, Horror, Mistero

Voto: 5/5


Trama:
Una torre. Un omicidio. Un mistero. Suggestioni alla Edgar Allan Poe che Taro Nogizaka declina in un manga avvincente... Che cos'è successo nella torre dell'orologio? Le indagini di Taichi e dell'enigmatico Tetsuo verranno a capo del caso? Le risposte in uno strabiliante mystery dai toni soprannaturali. (Dal sito dell'editore)

Recensione:
Eccomi a recensire un genere di letteratura diverso dal solito, ma che io amo follemente e su cui già so che scriverò molto, scusate.
La torre fantasma, manga di Taro Nogizaka, è tratto dall'omonimo romanzo di Ruiko Kuroiwa, è composto di nove volumi in totale e, nonostante in Italia sia stato edito solo da poco (siamo solo al secondo volume pubblicato), io l'ho già letto tutto, in inglese. Non ho mancato, tuttavia, di acquistare questa fantastica opera; desideravo troppo esporla nella mia libreria.
Non voglio raccontarvi troppo della trama, ma posso dirvi che la storia è ambientata nel Giappone degli anni '50 e ha per protagonista Taichi, ragazzo un po' scapestrato che preferisce rifugiarsi nei libri invece di affrontare la realtà, che incontra l'affascinante Tetsuo. Quest'ultimo prima gli fa ottenere un lavoro, poi gli salva la vita e subito dopo lo coinvolge in una spericolata caccia al tesoro.
Gli elementi ci sono tutti: c'è il giallo, ci sono personaggi misteriosi e a tratti inquietanti, figure che sembrano provenire dal mondo ultraterreno, follia e trappole assassine.
Taichi è il personaggio che si evolve di più; la sua personalità, per quanto lui sia un adulto e quindi essa sia in parte formata, sembra ancora grezza, non forgiata dal vivere realmente il mondo esterno alla sua stanza, ed è quella che subirà più cambiamenti, oscillando tra i mille imprevisti che affronterà ma alla fine trovando un suo equilibrio e una sua realizzazione. La sua è una figura che rispecchia una realtà moderna, un giovane che non trova il suo scopo, la sua spinta vitale, qualcosa che lo porti ad agire e a dare un senso alla sua vita. Taichi lo trova, lo perde, lo ritrova, lo cambia, con l'incostanza che un percorso di crescita può riservare, seguendo l'onda dei dubbi, dei sospetti e dei sentimenti, ma trovando alla fine un suo completamento.
Tetsuo è la figura che ho amato maggiormente e che ho sentito più vicina. Ho sentito davvero la sua sofferenza e ho tifato per lui dall'inizio alla fine. È un personaggio complesso, costretto a vivere una situazione molto difficile con coraggio, soprattutto considerando il tempo in cui vive. L'ho ammirato e amato in modo particolare e resta il mio personaggio preferito. Vorrei spendermi in mille parole ma ci sono cose che potrei spoilerarvi quindi mi fermo qui.
Ci sono moltissimi altri personaggi, ognuno con un passato e un carattere ben definito, hanno uno scopo, una missione e sono disposti spesso a tutto per ottenere ciò che vogliono. Alcuni si amano da subito e per tutta l'opera (come Yamashina), altri si amano e poi si odiano ma poi si comprendono, altri si odiano... e poi non più e poi si riodiano, in un'altalena di emozioni che disorienta man mano che si scoprono nuovi segreti. Alcuni di essi sono facilmente intuibili, altri sono più sorprendenti. I sospetti su chi sia davvero il colpevole rimbalzano da una persona all'altra come in un flipper a una velocità sempre maggiore man mano che si arriva al finale.
Ci sono momenti in cui la storia diventa quasi assurda e priva di senso, ma il tutto è narrato con un tale fascino che le pagine si divorano famelicamente. Io non riuscivo a staccarmene.
La trama è complessa e comprende diverse storie secondarie, che vengono narrate man mano che i due protagonisti avanzano nel loro viaggio. Proprio queste brevi avventure portano un tassello in più nella scoperta da parte del lettore della personalità dei protagonisti e allo stesso tempo nella loro evoluzione. La storia potrebbe deludere in alcuni punti, in cui, come ho detto, si storce un po' il naso davanti ad alcune rivelazioni ma vi posso assicurare che sono limitati nei 9 volumi e, sebbene maggiormente presenti verso la fine, non tolgono nulla alla bellezza della storia. Tutto, infine, è condito da riferimenti ad altre opere e strizzatine d'occhio in un gioco costante a scoprire la verità.
Il finale è un po' particolare e strano, ma mi è piaciuto molto. La felicità è personale e ognuno ha diritto a cercarla e a trovarla, in qualsiasi modo essa si manifesti (sempre che questo non implichi il male di qualcuno ;D).
Chi, come me, ama le cacce al tesoro, i misteri e gli indovinelli, avrà pane per i suoi denti, soprattutto una volta entrati nella torre.
I disegni, infine, completano il tutto. Sono davvero fantastici: molto precisi nelle architetture e negli abiti, molto espressivi nei volti e ben delineati sui personaggi, difficilmente si confondono due persone tra di loro. Bellissimi le immagini iniziali dei capitoli e le copertine dei volumi.
Ho scritto molto, lo so, ma ho davvero amato quest'opera, mi ha colpito profondamente, come non mi accadeva da tempo, mi ha incuriosito, fatto soffrire, desiderare una pagina in più dimenticando la realtà. Mi hanno infiammata le tematiche affrontate, davvero molte più di quanto appare, e mi è piaciuto anche il modo in cui sono affrontate.
Vi consiglio profondamente di acquistare questa piccola perla, non ve ne pentirete minimamente.

venerdì 3 giugno 2016

Spietati gentiluomini - Ginn Hale

Titolo: Spietati gentiluomini
Autore: Ginn Hale
Editore: Triskell Edizioni
Pagine: 219
Prezzo: 4,99 €

Voto: 4,5/5

Trama: Belimai Sykes è molte cose. È un prodigo, il discendente di antichi diavoli, una creatura di oscure tentazioni e rari poteri. È anche un uomo con un passato brutale e una pericolosa dipendenza.  E Belimai Sykes è l’unico uomo a cui il capitano William Harper può rivolgersi quando deve affrontare una serie di sanguinosi omicidi.
Il signor Sykes, però, non lavora gratuitamente e il prezzo della sua frequentazione costerà al capitano Harper ben più della propria reputazione.
Dai palazzi sontuosi dei nobili, dove la vivisezione e la stregoneria sono celati da una patina dorata, ai quartieri malsani dei Bassinferi, il capitano Harper deve combattere per la giustizia e per la propria vita.
Ha molti nemici e il suo unico alleato è un diavolo che conosce fin troppo bene. Sono questi i pericoli che si incontrano quando si ha a che fare con gli spietati.

Recensione: Sapete quanto è difficile scrivere una recensione positiva, quando non si ha nemmeno un paio di punti da criticare? Molto. E per questo sarò anche breve. La trama mi aveva colpita, ma è stata la cover a catturarmi fin dai primi istanti. È diversa dalle altre cover di libri romance e come la cover, così il romanzo. Non ci ritroviamo, di fatto, davanti a un paranormal romance, ma a un fantasy con una storia d'amore che si sviluppa accanto alla storia principale, ossia quella dei delitti e delle indagini e che ci accompagna attraverso la scoperta non solo dei due personaggi, ma anche del mondo in cui vivono.
Due cose ho apprezzato in particolar modo in Spietati gentiluomini:
- lo stile molto curato: a volte ho riletto alcuni passaggi per goderne la scelta delle parole e la struttura della frase. Uno stile che potrebbe non catturare da subito, ma che  di certo non lascerà indifferenti;
- e il mondo creato dall'autrice: un mondo che non ci viene descritto, ma direttamente mostrato, a tal punto che all'improvviso ci si ritrova, senza nemmeno accorgersene, all'interno del romanzo, a vedere con i propri occhi, seppur immaginari, l'ambiente che ci circonda, le persone che lo abitano, i diavoli nei Bassinferi. Ginn Hale non ci annoia mai con descrizioni lunghe, ci porta in quei posti e fra una battuta di dialogo, un avvenimento e un incontro, ci mostra cosa ci circonda.
Davvero un bel romanzo che merita di essere letto. Non aspettatevi però il solito romance: niente cliché, niente scene di sesso fin troppo spinte, niente dichiarazioni di amore eterno dopo il primo incontro.
Consigliato! 

mercoledì 1 giugno 2016

Il diritto di tacere

Lo avrete visto anche voi. Se vi piacciono i libri, se seguite autori su Facebook (soprattutto autori di letteratura di genere), è impossibile che non vi siate mai trovati di fronte a esortazioni di questo tipo, accompagnate spesso e volentieri da hashtag: 

TI È PIACIUTO UN LIBRO?
 Allora lascia un commento!
Sostieni il tuo autore preferito: recensisci il romanzo su Amazon!

Confesso che a me, in genere, queste cose scivolano addosso. Occasionalmente ho provato un lieve fastidio, comunque sanabile tramite utilizzo della rotellina del mouse (scroll down). Ma se invece di scappare, per una volta, mi fermo e provo ad analizzare il fenomeno… beh, accipicchia. Il martellamento pare essere dilagante.

Ci sono un sacco di motivi per cui l’Internet del “Condividi!” mi inquieta, ma non voglio entrare nel merito (a chi fosse interessato ad approfondire, però, consiglio la lettura de Il cerchio, di Dave Eggers); voglio esprimere un disagio.

Io non recensisco. Non lascio la mia opinione su Amazon. Non ho un account Goodreads attivo. Non mi piace dare le stelline. E non mi piace nemmeno sentirmi “una cattiva lettrice” per questo. Sono dell’idea che, a fianco/al posto degli atti pubblici, quelli privati possano avere anche più valore: presente il passaparola? Il consiglio non richiesto all’amico? Il libro ficcato fisicamente in mano all’amica, anche senza il suo consenso, con l’ordine tassativo LEGGILO E POI PARLIAMO?

Sono dell’idea che chi scrive recensioni su Amazon o su Goodreads, magari anche chi lo fa sempre, scriva in realtà alcune recensioni buone, utili, sagge, sentite, e altre (la maggior parte) un po’ superflue. Ma del resto, cosa puoi scrivere quando il libro non lo ami, ma nemmeno lo odi? Cosa puoi scrivere quando non ti convince, ma nemmeno ti disgusta?
Penso, fra l’altro, che nemmeno agli autori piacciano le recensioni “meh” – quelle che ti fanno capire che non sei arrivato al lettore. Che poi, non è quello che pensavi anche quando il lettore-non-raggiunto non te la scriveva, la recensione? (Consolati, autore che non riesce a ottenere reviews su Amazon; la percentuale di chi recensisce, sul totale di chi legge il libro, è di 1:200. Hai venduto 200 copie e hai “solo” 4 recensioni? Wow, è il quadruplo della media!)

Ho il sospetto, addirittura, che chi dice “recensiscimi!” in realtà voglia dire “recensiscimi bene!”; potrei scrivere un papiro sugli autori che fanno review-shaming in pubblico, sulle loro pagine, mettendo alla berlina o direttamente insultando i lettori che hanno osato assegnare loro solo 1 o 2 stelline. Potrei, ma ne uscirebbe una filippica lagnosa,quindi evito.



Sono dell’idea, fra le altre cose, che gli autori dovrebbero sempre tenere a mente il loro ruolo, e il ruolo dei loro libri, nelle vite di chi li legge. A me, ad esempio, piace leggere per staccare. Prima di andare a letto, per conciliarmi il sonno (lo so che sembra brutto, ma funziona… quasi sempre). Mentre mangio, se mangio sola, per non annoiarmi. Tutto il giorno, a volte, perché quello che sto leggendo mi ha catturata a tal punto che…
Ma non smetto di lavorare, di mangiare, di coccolare i gatti. Non lascio morire le piante. Non trascuro gli amici – non per leggere. Forse tu, autore, se sei fortunato, se ti dà di che vivere, dedichi ai tuoi libri ogni ora della tua giornata. Forse ce la dedichi ugualmente, perché anche quando sei lontano dalle tue storie e dai tuoi personaggi, pensi solo a quando potrai tornare da loro. È una cosa bellissima, e personalmente ti invidio per questo sentimento, questa devozione. Ma è la tua devozione, e non puoi pretenderla da me. Non sempre, non da tutti, non per tutti i libri – e forse mai. Dipende da quanto sei bravo.

Riporto, qua di seguito, la traduzione di un post della scrittrice Penny Watson in merito agli hashtag e alle esortazioni a recensire di cui dicevo all’inizio. E aggiungo, al termine, il mio “diritto di lettore” preferito – visto che si parla tanto di doveri di chi legge.

Ecco cosa penso della valanga di post che circolano da qualche giorno su come i lettori debbano “provvedere al sostentamento” degli autori, su come vada scritta una recensione eccetera eccetera.
1. Lettori, non siete responsabili del mio sostentamento, né del successo/fallimento della mia carriera di autore/autrice.
2. Lettori, non mi dovete niente. Non mi dovete recensioni, né “mi piace”, né commenti; non siete tenuti a “diffondere il verbo” sui social media né altrove.
3. Lettori, non vi chiederò mai di “barare” per me… e questo include segnalare come utili le recensioni a 5 stelle e come inutili quelle negative; falsificare le recensioni su Amazon per “fare numero”; segnalare quelle ad altri autori – e qualunque altra pratica poco pulita.
4. Lettori, se avete preso il mio libro in prestito in biblioteca o da un amico… Andate in pace. È un vostro diritto, e non mi riguarda.
5. Lettori, avete un solo compito: leggere. Se vi va. Avete il diritto di avere una vostra opinione, di prendere i libri in prestito, e non siete minimamente tenuti a “provvedere” o “preoccuparvi” per me.
Mi fa piacere ricevere recensioni entusiaste? Ovvio che sì.
Considero i lettori alla stregua di servetti/tirapiedi? Col cavolo.

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"Il diritto di tacere
L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze fra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità.
I rari adulti che mi hanno dato da leggere hanno sempre ceduto il passo ai libri e si sono ben guardati dal chiedermi che cosa avessi capito. A loro, naturalmente, parlavo delle mie letture. Vivi o morti che siano, a loro dedico queste pagine."

Daniel Pennac, Come un romanzo. Traduzione di Yasmina Melaouah. Feltrinelli, 2000, pagina 139.


Articolo scritto da Martina Nealli



mercoledì 25 maggio 2016

Scrittura: leggere, leggere, leggere... ma cosa?

La scorsa settimana abbiamo parlato dei manuali di scrittura. Una delle cose più ripetute in questi testi è quella più ovvia: per scrivere bisogna leggere, leggere, leggere.

Ma cosa? E soprattutto come?

Leggere per migliorare nella scrittura non è la stessa cosa che leggere per solo piacere. E chi sa di cosa parlo potrà confermare che una volta imparato a leggere per scrivere non si potrà più tornare indietro.

Mi viene spesso criticato come recensisco i libri  perché, anche quando le recensioni sono positive, ci sono alcuni difetti che metto in evidenza. Questo è dovuto al fatto che leggo in modo differente, forse più attento, rispetto al lettore medio. E ho imparato a farlo negli anni.

Leggere per scrivere (un romanzo, un racconto, ma anche semplicemente un articolo di blog o una recensione) significa andare a scovare tutti i punti forti e tutti quelli deboli di un romanzo. Significa anche cercare di riconoscere le tecniche narrative usate dall’autore, capire come sono state impiegate e decidere se il risultato è qualcosa di buono o no, se è qualcosa che ci ispira e che vogliamo imitare o, al contrario, qualcosa che ci segniamo mentalmente di non fare mai.

Sempre parlando del come leggere, bisognerebbe a questo punto precisare una cosa.  E lo faccio rivolgendovi la stessa domanda che sento spesso fare in giro, soprattutto a inizio anno, quando partono le reading challenge di Goodreads.
“Quanti libri leggi in un anno?”
Ho tanti lettori forti fra i contatti, su Facebook. A volte leggo risposte tipo: 250. E penso: “Aspe’, 250? Ma riesci anche a mangiare e a dormire? Non hai figli, vero? Lavori? Leggi invece di lavorare?”
Tutte domande a cui una persona dovrebbe rispondere di farmi i fattacci miei, giustamente. Ma è perché leggo queste risposte che poi mi vengono in mente gli argomenti per i miei articoli, cosa credete? XD

Precisiamo dunque che c’è una differenza enorme tra un lettore-lettore che legge e un lettore-scrittore che legge. Il primo potrà leggere 250 libri all’anno alla velocità della luce: probabilmente a queste persone non interessa nulla delle tecniche narrative, ma interessa solo la storia. Sono lettori e basta. Leggono e basta. E va bene così.


Il lettore-scrittore, invece, non è un semplice lettore. Il lettore-scrittore, anche quando legge per puro piacere, non può fare a meno di notare certe cose, di segnarsi frasi (magari perché scritte bene, con una prosa bella, dove si vede il lavoro o il talento di un autore). Quando un lettore-scrittore legge, automaticamente si annota cose (a mente o scrive dei veri e propri appunti), rilegge alcuni pezzi, cerca di capire in che modo la trama si  intreccia, riconosce un cliffhanger, storce il naso davanti a un infodump pesante, gioisce quando legge un pezzo scritto bene e sospira perché vorrebbe saper scrivere anche lui così. Il lettore-scrittore assapora le parole. Perché sa che così facendo può migliorare. Un lettore-scrittore non legge 250 libri in un anno. Per due motivi: 1. per fare quello che vi ho elencato qui sopra bisogna avere tanto tempo e voglia di imparare; 2. questo tempo lo scrittore non ce l’ha, o meglio dire, ha pochissimo tempo, perché per vivere deve anche andare a lavorare, visto che la scrittura di solito non ti fa campare, in Italia. Se uno scrittore mi dice che legge 250 libri, io capisco che non ha capito come leggere.

E volete ridere? Sapete come legge un editor? Con le mani fra i capelli quando si tratta di molti esordienti, con lunghi sospiri quando legge i grandi capolavori. L’editor è messo peggio dello scrittore. L’editor storce il naso davanti a una virgola fuori posto, l’editor bestemmia se vede un infodump troppo evidente o se i dialoghi sono inverosimili. E non parlo di libri letti per lavoro, è questa la cosa triste.

L'editor che legge

Ovviamente tutto questo discorso non vale per le persone che nell’editoria ci lavorano. Se leggere libri è il nostro mestiere, ovvio che la soglia dei 250 testi letti in un anno si può superare (penso, per esempio, ai valutatori o ai correttori di bozze). 

Bene, e il come si legge è andato. Passiamo al cosa. Quando sento la risposta “leggo 250 libri all’anno”, oltre alla reazione che vi ho riportato prima, la domanda più grande che mi viene da fare è: “Ma cosa leggi?”

L’unica vera risposta che mi viene in mente è che sicuramente si tratterà di libri non impegnativi. Libri di cui, appunto, interessa solo la storia. E di nuovo qui mi ritrovo a dover fare la distinzione fra lettore-lettore e lettore-scrittore. Al primo non ho nulla da dire, sono i suoi gusti, è liberissimo di scegliere le letture che più gli piacciono. Al secondo, al lettore-scrittore, qualcosa da dire ce l’avrei.  Ed è che per scrivere bene non bisogna fossilizzarsi su un solo genere o su un solo tipo di letture. Bisogna saper alternare letture impegnative a letture semplici e di svago, classici a narrativa moderna, un genere all’altro. Se si vuole scrivere bene horror, non bisogna leggere solo horror. Se si vuole scrivere bene romance, non bisogna leggere solo romance. Se si vuole scrivere bene fantascienza non bisogna leggere solo fantascienza.

Non faccio un discorso di generi, per cui se voglio scrivere horror, allora devo leggere horror. Sono convinta, al contrario, che sia un discorso di stile, di forma e di arte del mestiere.

Naturalmente, se prediligo un genere e la mia aspirazione è scrivere proprio quel genere lì, sarà anche quello che leggerò di più.

Ma la base di tutto è lo scrivere bene. Posso avere la migliore storia in mente, ma se non sono in grado di metterla per iscritto, non sarà mai qualcosa di anche vagamente decente. E per scrivere bene bisogna leggere di tutto. Provare di tutto. Far proprie alcune tecniche e alcuni trucchetti del mestiere di uno o dell’altro autore. Bisogna creare il proprio stile da tutto ciò che abbiamo assimilato.

In conclusione: per scrivere bisogna leggere, certo. Ma leggere bene e leggere di tutto. Bisogna variare le letture per evitare di diventare solo un imitatore di stile. E, infine, bisogna prendersi il tempo per fare tutto ciò come si deve. 

mercoledì 18 maggio 2016

Manuali di scrittura

Era da un po’ di tempo che volevo scrivere questo articolo. Si parla spesso di manuali di scrittura, ma molti esordienti ancora non sanno quale prendere e perché leggere proprio quello e non un altro. Alcuni non sanno nemmeno che esistono manuali di scrittura! Non vi nascondo che questo articolo è nato proprio perché mi sono accorta che molti autori (self e non) si buttano nella pubblicazione senza nemmeno sapere cosa sia un “punto di vista” o come evitare un “infodump”. Alcuni (tanti, troppi, a dire il vero) perfino senza conoscere la grammatica italiana.

Di manuali di scrittura ne ho letti diversi. Qui vi elencherò, però, solo quelli che in qualche modo ho ritenuto utili.

Siete liberissimi di aggiungere nei commenti altri titoli che pensate dovrebbero essere in questa lista, spiegando brevemente perché.

Nuova edizione Frassinelli
On Writing. Autobiografia di un mestiere, di Stephen King
Più che un manuale di scrittura, ci troviamo davanti a un saggio in cui Stephen King si racconta e racconta il suo approccio alla scrittura. Ciò non toglie che consiglio di leggerlo a tutti, principianti e veterani del mestiere perché non solo è una finestra sulla vita del Re prima che diventasse famoso (parte che gradiranno soprattutto i suoi fan), ma dà molti consigli utili su come scrivere un romanzo (come la cassetta degli attrezzi e il famoso “uccidere i cari”).





Il viaggio dell’eroe, di Christopher Vogler
Anche questo non è propriamente un manuale di scrittura. Il viaggio dell’eroe è uno schema di tutti i possibili intrecci di una trama, soprattutto fantasy, ma non solo. Incontriamo i vari archetipi dei personaggi (eroe, mentore, antagonista, ecc.), scopriamo cosa rappresentano e come potrebbero essere gestiti. Sicuramente consigliato per creare una trama ben studiata e articolata.





Elementi di stile nella scrittura, di William Strunk Jr
Qui entriamo nel giro di quelli che sono dei veri e propri manuali dello scrivere bene. Elementi di stile di Strunk è fra i più consigliati ai giovani autori. Troviamo nozioni di grammatica, di punteggiatura e di struttura della frase che aiutano a creare un testo scorrevole e corretto, ma anche consigli su come gestire il narratore o come dare alla storia il giusto ritmo. E queste sono solo alcune delle cose spiegate in questo breve manuale di stile. Pensato in inglese, è stato poi tradotto e adattato alla lingua italiana.  




Write away, di Elizabeth George
Io l’ho letto in tedesco (Wort für Wort il titolo). È stato il mio primo vero manuale di scrittura e mi ha spiegato tutto sulle varie tecniche narrative, su come creare i personaggi, gestire la trama, abbozzare la prima stesura, procedere alla revisione e molto altro. Elizabeth George è una famosa scrittrice di thriller e gialli e quindi spesso fa il paragone con questi generi, ma le nozioni che spiega valgono anche per il resto della narrativa e devo dire che finora non ho letto altri manuali così dettagliati come il suo. In più spesso parla della propria esperienza personale, un po’ come Stephen King. L’ho letto tanti anni fa e credo che presto lo rileggerò, ne ho semplicemente un gran bel ricordo.
ADD: Write away non è stato tradotto in italiano. Lo potete leggere "solo" in inglese, francese o tedesco. 

Vier Seiten für ein Halleluja – Ein Schreibratgeber der etwas anderen Art, di Hans Peter Roentgen
Che in italiano sarebbe: Quattro pagine per un Alleluia – Un manuale di scrittura di tutt’altro tipo. Questo libro purtroppo non esiste tradotto in italiano né in inglese o in altre lingue. Ma se sapete il tedesco, leggetelo, ne vale assolutamente la pena. È un libro che affronta varie tecniche di scrittura, chiarendole nei dettagli, proponendo esempi e mettendo l’aspirante scrittore alla prova con degli esercizi alla fine di ogni capitolo. La particolarità di questo manuale è che parte da un estratto e ci costruisce sopra il capitolo, spiegando il tema che verrà affrontato, gli errori commessi nel testo citato e poi dando suggerimenti su come evitarli.


Al momento ho in lettura:
-          Corso di scrittura condensato, di Giulio Mozzi, scaricabile gratuitamente dal suo sito.

Prossima lettura, consigliata da Luna:
-          Lezioni di scrittura creativa. Un manuale di tecnica ed esercizi della più grande scuola di formazione americana, Gotham Writers’ Workshop.

E ora vi chiederete: Lu, perché un post tanto noioso? Non è noioso, diamine! 



E in ogni caso, sarò strana, ma adoro leggere manuali di scrittura. Mi rendo conto che dopo averne letti un paio, i concetti si ripetono, ma se son scritti bene, anche se dicono tutti su per giù le stesse cose, si trova sempre quella frase in più, quel consiglio diverso e allo stesso tempo interessante, quell’idea che potrebbe fare per noi.



Insomma, vi prego, non pubblicate romanzi senza prima aver letto almeno un buon manuale di scrittura. E non senza aver consultato una buona grammatica. E non senza avere a portata di mano un buon dizionario della lingua italiana. E magari uno dei sinonimi e contrari. E… ok, mi fermo, mi fermo!

Tra l’altro, ormai, si trova quasi tutto anche sui vari siti e forum di scrittura. Come per esempio Gli scatoloni in soffitta di escrivere.com!


E voi quali manuali di scrittura avete letto? Quale vi sentite di consigliare e perché?


mercoledì 11 maggio 2016

Recensioni inutili

Da sempre noi blogger ci sentiamo ripetere, da chi pensa di saperne di più, che le recensioni che ogni giorno ci impegniamo a scrivere sono inutili. La settimana scorsa qualcuno le ha addirittura definite “tutta fuffa”. A sminuire l’importanza di una recensione spesso sono proprio quelli che si definiscono scrittori. 

Perché questo post, dunque? Per spiegare il mio punto di vista. 

Ora tutti vi aspetterete che io, che le recensioni le scrivo, vi dica quanto invece siano utili. Ma non lo farò, non subito, almeno. 

Prima di tutto bisogna capire in che senso una recensione può essere utile o meno. A cosa potrebbe servire? 

Facciamo brainstorming insieme: 

- all’autore esordiente o emergente per farsi conoscere; 
- all’autore esordiente o emergente per capire se ciò che scrive viene giudicato buono o meno; 
- all’autore esordiente o emergente per aumentare le vendite. 

Agli autori famosi, con tutta probabilità, le recensioni di blog piccoli o medio-grandi non interessano, diciamocelo. Là entra in gioco un altro livello di marketing, organizzato da professionisti (nella maggior parte dei casi, si spera). 
Quando un autore richiede una recensione, infatti, ci troviamo davanti a una persona che gestisce da sé la promozione del proprio libro e che spesso si è auto pubblicata o ha pubblicato con case editrici piccole e/o medie. Alcuni dicono che contattare i blog e richiedere recensioni, rendersi disponibili per un’intervista oppure offrire il proprio libro per un giveaway o un evento su Facebook siano le cose basilari da fare per pubblicizzare un romanzo, e lo penso anch’io. Altri però, come dicevo appunto a inizio articolo, dicono che è tutto inutile, che anche facendo queste cose le vendite del libro non aumenterebbero (ma allora questa gente cosa fa? Pubblica un libro e poi se lo dimentica?) 

Innanzitutto bisogna vedere a cosa si mira sul serio. Tu, scrittore, scrivi per essere letto? O scrivi per diventare ricco? 



Se scrivi per essere letto, una recensione su un blog può: 

- far sì che il tuo nome e il titolo del tuo libro circolino (passaparola); 
- darti indicazioni sulla qualità del tuo libro. 

Sulle vendite no, probabilmente una recensione non influirà granché o influirà solo in minima parte. Dipende anche dalla popolarità del blog in questione e dalla fama che questo blog ha. Quindi se la tua meta è solo vendere, vendere, vendere, forse dovresti concentrarti su blog belli grandi, magari conosciuti da migliaia di persone e non solo nella propria piccola cerchia. 

Parliamoci chiaro: penso che una recensione sul mio blog aiuti a vendere? Non ne sono sicura, probabilmente no o forse un pochino lo fa. Ma non penso che se recensisco bene un libro, quello avrà un’impennata di vendite su Amazon. Né penso che se ne recensisco uno male, quello perderà posti in classifica. 

Se lo scopo di chi contatta un blog è quello di farsi conoscere, di dare il via a un passaparola positivo che poi potrebbe portare a un aumento delle vendite, allora sì, contattando un buon blog, anche se piccolo, queste cose si possono ottenere. 

Se invece si vogliono indicazioni sulla qualità del testo, non tutti i blog vanno bene. Per avere un feedback ragionevole, bisogna contattare blog che non hanno paura di dire la verità. Inviare a blog che regalano sempre e comunque 4 e 5 stelline è come dichiarare di cercare solo lodi. Il che va benissimo: l’illusione di essere bravissimi piace a tutti. Ma per migliorare non basta. Sempre se si vuole migliorare… 



Sto divagando. Torniamo alla domanda principale: le recensioni sono inutili? Sì, se dopo una recensione l’autore si aspetta la grande impennata di vendite. No, se lo scopo è far parlare di sé e del proprio libro. 

È tutta fuffa? Solo se si ha paura del confronto. Allora definire le recensioni “fuffa” può far comodo. 

Ma il meglio deve ancora arrivare. 



E se le recensioni poi sono negative? Sono ancora più inutili di quelle positive? 

Spesso gli scrittori rispondono che se si ricevono critiche costruttive sono comunque utili, anche se ovviamente ci restano male. E in fondo è comprensibile: a esser criticato è il frutto del loro lavoro. Ma purtroppo quello che spesso si vede in giro sono autori che le critiche in realtà non le accettano e che insultano i blogger pubblicamente. 



Quindi rivolgo la stessa domanda ai blogger, questa volta: scrivere recensioni è inutile, visto che spesso invece di un grazie si ricevono bastonate nei denti? Vale la pena continuare a farlo? 

Facciamo brainstorming. 

A cosa serve una recensione negativa? 

- a far sì che l’autore abbia un feedback (che era poi quello che aveva richiesto); 
- a far sapere ai lettori del blog che un determinato libro non viene consigliato e perché; 
- a dire la verità, perché ci sono troppi blog che, per amicizia o per poca professionalità, danno cinque stelline a tutto, e altri ancora che le danno a pagamento. 

L’ho sempre detto e lo ripeterò all’infinito: io, blogger, devo essere onesta e leale prima di tutto verso i miei lettori. Se un libro non mi piace non posso dire il contrario per far contento un autore o un editore. Non posso tradire la fiducia dei miei lettori, che si aspettano da me la nuda e cruda verità. Un libro non mi ha convinta? Lo dico. E secondo me è così che deve essere. Senza offendere nessuno, senza giudicare l’autore, ma solo parlando del testo letto, un blogger ha il dovere di dire la verità, allo stesso modo per cui uno che si vuol far chiamare “scrittore” deve padroneggiare la lingua italiana e le tecniche della narrativa. 

Quindi una recensione negativa è utile perché aiuta i lettori a fare le proprie scelte di lettura, ed è utile perché dà un feedback agli autori che, prendendo quello che ritengono valido di tutte le critiche ricevute, hanno qualcosa su cui poter lavorare. 

E poi sì, lo dico, tanto sto antipatica a prescindere: servono perché girano troppi libri spazzatura che tendono a soffocare quei pochi ma buoni autori che cercano di stare a galla come possono. 

E attenzione, anche autori bravi possono sbagliare un racconto o un romanzo, ciò non significa che se ricevono una recensione negativa li si voglia “affossare” (questo termine sembra andar di moda). Significa solo che, da esseri umani quali sono, ogni tanto qualche errore lo fanno. E non dimentichiamo che, tolta la parte oggettiva di una recensione, il resto è spesso gusto. 

E ora ditemi di nuovo che le recensioni (positive o negative) sono inutili.